Assistenza scolastica negata a un disabile, il tribunale obbliga il Comune ad assegnare l’educatore

Un’ordinanza del tribunale di Trani dà ragione alla famiglia di un bimbo disabile che aveva fatto ricorso per non aver ottenuto l'assistenza di un educatore e condanna il Comune a erogare il servizio e al pagamento delle spese

 

 

 

di CENZIO DI ZANNI

 

Da un lato un bambino disabile discriminato e una famiglia determinata a far valere un diritto calpestato. Dall’altro il Comune di Corato e il Piano sociale di zona 3, che fa capo allo stesso Comune. In mezzo, un giudice chiamato a tutelare il diritto di quel bambino a un educatore che possa assisterlo nell’attività scolastica, come previsto dal Pei - prendete nota di questo acronimo - il Piano educativo individualizzato contemplato nella legge 104 del 1992.

 

Sono questi i protagonisti di una storia che ha avuto il suo (primo?) epilogo lo scorso 12 ottobre, con un’ordinanza del tribunale di Trani firmata dal giudice Luigi Mancini che dà ragione alla famiglia e condanna il Comune a erogare il servizio e al pagamento delle spese. A dar notizia della storia del piccolo studente, che chiameremo Giacomo - un nome di fantasia - è stato Nunzio Calò, presidente dell’associazione "Gocce nell’Oceano onlus" attraverso la pagina Facebook della stessa associazione.

 

La storia. Inizia l’anno scolastico 2014-15. Giacomo, socio di "Gocce nell’Oceano", è un bambino disabile con diagnosi di autismo che frequenta una scuola dell'infanzia della città. Come previsto dalla legge 104 il Pei, redatto sulla base della «diagnosi funzionale» da un’equipe di cui fanno parte anche «gli operatori delle unità sanitarie locali e, per ciascun grado di scuola, personale insegnante specializzato», riconosce al piccolo studente il diritto ad essere assistito da un educatore.

 

Chi è l’educatore? È un professionista «dell'integrazione scolastica» per «lo sviluppo delle potenzialità della persona handicappata», si legge ancora nella stessa legge. L’anno scolastico inizia, ma l’educatore non c’è. O meglio, l’educatore viene assicurato ad altri bambini della stessa scuola. Ma non a Giacomo. La famiglia, allora, rappresentata dall’avvocato Francesco Piccarreta, chiede al giudice di tutelare il minore con «un ricorso d’urgenza».

 

Il processo. I genitori di Giacomo trascinano in tribunale il Comune, perché ritengono che una volta riconosciuta la necessità di assistenza nel Pei, il bambino diviene titolare di un diritto, che peraltro - come riconosce il giudice nel suo provvedimento - «ha natura di diritto fondamentale della persona, costituzionalmente tutelato». Si tratta di una tesi riconosciuta dalla suprema Corte di Cassazione (a sezioni unite) in una recente sentenza destinata a fare scuola. Il Comune, dal canto suo, sostiene dapprima che il giudice avrebbe dovuto essere il Tar e non la magistratura tranese. Cioè, la famiglia avrebbe dovuto agire impugnando il verbale del Gruppo integrato per il servizio di assistenza specialistica, un organo cui spetta tradurre in fatto quanto dice il Pei; sarebbe quello l’atto che non assegna l’educatore al minore. Inoltre, Palazzo di Città dice che non vi sarebbero stati i presupposti per il ricorso d’urgenza, perché l’anno scolastico era già iniziato e - in soldoni - l’urgenza non sarebbe “stata in piedi”.

 

La decisione. L’organo competente - scrive il giudice Mancini sulla scia della sentenza della Cassazione - è il tribunale. La pubblica amministrazione «ha esaurito l’esercizio del suo potere» con l’elaborazione del Pei, quindi «in capo al minore è maturato un vero e proprio diritto». E se il Comune ha accampato ragioni di bilancio per giustificare la mancata assegnazione, secondo il tribunale in questo caso l’ente non ha alcun potere di incidere sulla “carne viva” di quel diritto, neppure «giustificato da preminenti esigenze finanziarie». Quindi quel verbale resta lettera morta per il giudice, secondo il quale, fra l’altro, «il verbale in questione è privo di alcuna motivazione e giustificazione», salvo un generico richiamo al «disciplinare per l’accesso al servizio di assistenza». Nulla è detto nel «caso di specie».

 

Quanto all’urgenza, nonostante i tempi biblici della giustizia italiana - dal ricorso alla pronuncia sono passati sette mesi ed è iniziato un nuovo anno scolastico - il tribunale è stato chiaro. Il rischio che il pregiudizio «pur avveratosi, si rinnovi o si perpetui o si aggravi», lo rende«imminente e attuale» ha detto nero su bianco. Anzi, il giudice sa bene che «il minore possa vedere aggravarsi la sua condizione di disabilità con il trascorrere del tempo». Da qui deriva la condanna del Comune, provvedimento che «mantiene la sua attualità per i riflessi che potrà avere per i successivi anni scolastici». Condanna doppia: «ad apprestare il servizio» e «al pagamento delle spese di giudizio».

 

La discriminazione. Ma c’è di più. Il tribunale riconosce in quello del Comune «un comportamento di carattere discriminatorio», perché «ha ingiustificatamente» riconosciuto l’assistenza a un altro minore della stessa scuola. Comportamento che «rientra pienamente nei casi di discriminazione indiretta» che - secondo una legge del 2006 - si ha quando «una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono una persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto ad altre persone». 

 

Come dire: oltre al danno, la beffa.

 

 

Fonte: http://www.coratolive.it/